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Aldo Allievi, il ricordo dei suoi 'ragazzi' diventati campioni: 'Come un padre per noi'

Aldo Allievi, il ricordo dei suoi 'ragazzi' diventati campioni: 'Come un padre per noi'
«Per me è stato come un padre». Frase fatta, si dirà. Può anche essere. Ma c'è modo e modo di esprimerla. C'è il tono, l'inflessione, la voce rotta dall'emozione. E dalla commozione. «Per me, il signor Aldo, è stato come un papà». E' questo il comune denominatore che lega l'uno all'altro i ricordi di quelli che sono stati i "suoi" giocatori.
«Per noi ha veramente significato tanto, la sua figura - confida Carlo Recalcati -. Non era certo soltanto il dirigente o il presidente della società. No, questo poteva anche essere un dettaglio. Io sono cresciuto con lui. Grazie a lui. Proprio in questi giorni in cui un po' tutti mi telefonano per farmi i complimenti per le 750 panchine in serie A, ho pensato molto a lui. Perché non ci fosse stato il sciur Aldo, non ci sarebbe stato nulla di tutto ciò per me. Fu lui, infatti, a convincermi di tornare a giocare a basket. Ero un ragazzino magari anche di belle speranze a Milano, ma avevo smesso. Lui venne a casa mia e riuscì da una parte a dissaduermi dal lasciare definitivamente la pallacanestro e dall'altro a persuadere i miei genitori che quella di Cantù sarebbe stata la destinazione ideale per me. Così fu. Venni in Brianza al settore giovanile e da lì decollò la mia carriera. Ma, ribadisco, la pallacanestro resta un fatto marginale quando di mezzo c'è Aldo Allievi». Chiamato a puntualizzare, il "Charly" non si sottrae: «Mi ha insegnato a essere una persona onesta e a comprendere i valori veri della vita. Come? Con il suo esempio, il suo insegnamento più grande».
Fabrizio "Ciccio" Della Fiori, raggiunto telefonicamente in Emilia Romagna dove si trova per lavoro, risponde con un filo di voce: «Sono venuto a Cantù che avevo 16 anni, il signor Aldo ha voluto innanzitutto che studiassi perché al di là del fatto di sapere o meno giocare a pallacanestro, lui teneva molto a che noi ragazzi ricevessimo un'istruzione. "Perché - diceva - un giorno per voi il basket finirà e allora dovrete farvi trovar pronti alla vita". E' stato mio testimone di nozze e non potete sapere di quanto io sia stato orgoglioso. Un uomo eccezionale, non ci sono parole per descrivere una persona così. Non potrò essere presente al funerale, e questo mi dispiace, ma lui sa quanto bene gli volevo». Della Fiori ricorda come «il signor Aldo, qualunque fosse la stagione, alle partite si presentava sempre con lo stesso cappotto perché - sosteneva - portava bene. E quando ci lamentavamo del freddo del Pianella durante gli allenamenti, lui si toglieva giacca e giaccone e rivolgendosi a noi ci chiedeva "ma di cosa state parlando?"».
Un altro dei suoi tanti "figli" è Giorgio Cattini. «Quasi tutti noi siamo arrivati qui che eravamo ragazzini - rivela - e guai a chi non si comportava bene. Rispetto ed educazione non dovevano mancare mai, perché lui voleva crescere degli uomini che imparassero a stare al mondo. Insomma, dei bravi ragazzi prima ancora che dei grandi giocatori. Dal sciur Aldo c'era sempre da imparare. Era dipinto come uno dal "braccino corto" e in effetti i premi per le vittorie in Coppa erano cartoni di bottiglie di Ferrari, sul cui numero ci toccava pure contrattare... Eppure, in questi ultimi anni, ogni volta che noi "ragazzi" lo invitavamo fuori a cena andava poi a finire che pagava sempre lui».
A proposito di una di queste rimpatriate, Ciccio Della Fiori rammenta che in occasione della festa per gli 80 anni del presidentissimo, «Recalcati gli si rivolse dicendo "signor Aldo per la prima volta osiamo darle del tu": in effetti la dedica sulla torta era "i tuoi ragazzi"».
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