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5 domande a…Davide Moretti: ‘Con Banchi Pesaro ha cambiato volto’

Intervista al giocatore protagonista della vittoria della Carpegna Prosciutto a Cremona

5 domande a…Davide Moretti: ‘Con Banchi Pesaro ha cambiato volto’

di Filippo Stasi

Cremona - Pesaro è stata la tua miglior prestazione stagionale ed è coincisa con la seconda vittoria della Carpegna Prosciutto. Pensi che la prestazione di Cremona possa rappresentare un punto di svolta per il prosieguo della stagione, per la squadra e per te a livello personale? Decisamente, la partita vinta a Cremona deve essere un punto di svolta del nostro campionato. Tutto il gruppo ha fatto bene, siamo entrati in campo con determinazione e sete di riscatto dopo le precedenti sconfitte. Ora che abbiamo individuato quale deve essere la strada da percorrere in vista delle prossime partite, sarà importante restare in carreggiata mantenendo alta l’intensità in allenamento e l’attenzione ai dettagli che sappiamo di dover curare. Dal punto di vista personale, mi fa piacere aver contribuito in maniera rilevante contro la Vanoli Cremona, ma cerco sempre di mettermi al servizio della squadra: ci sono partite nelle quali si incide meno o si fa lavoro oscuro, e altre nelle quali il tuo contributo alla causa emerge maggiormente. Ma quello che conta e che vogliamo tutti è fare risultato, indipendentemente da chi gioca meglio.

 

Quali novità ha portato, in termini di gioco e mentalità, l’avvicendamento in panchina tra Aza Petrovic e Luca Banchi? E personalmente, ti trovi meglio a portare palla e creare gioco da situazioni di pick ‘n roll, oppure agendo da tiratore sugli scarichi, sfruttando gli spazi creati dalle rotazioni difensive avversarie? Parliamo di due allenatori che interpretano la pallacanestro con una filosofia differente, ma entrambi molto bravi nel loro mestiere. I traguardi raggiunti durante le rispettive carriere parlano da sé… Aza Petrovic è un coach carismatico, moderno se vogliamo, perché lascia ai suoi giocatori grande libertà di esprimersi in campo. Luca Banchi al contrario presta attenzione ai particolari in maniera quasi ossessiva, in senso buono: nel suo sistema di gioco ogni giocatore ha ruoli responsabilità ben precise, questo per valorizzare al massimo le migliori caratteristiche dei vari componente del roster, facilitando la creazione di una buona chimica di squadra. Come tipologia di allenatore credo che coach Banchi sia più adatto a questo tipo di gruppo; il suo essere esigente, rigoroso, ci spinge a mantenere alto il grado di attenzione ai dettagli che ci serve curare per raggiungere i nostri obiettivi. Sul mio ruolo, agisco da portatore di palla così come da specialista in base a come si comportano le nostre prime punte. Sanford e Delfino, oltre ad essere due eccellenti attaccanti puri, sono anche in grado di creare soluzioni per i compagni. Per cui ci alterniamo, cercando di dare meno punti di riferimento possibili agli avversari.

 

Durante l’adolescenza hai avuto modo di vivere una serie di esperienze incredibili: basti citare la tua partecipazione al Jordan Brand Classic del 2014, per non parlare del triennio vissuto al college, a Texas Tech University, con la quale hai raggiunto da protagonista la finale NCAA nel 2019, diventando il primo italiano di sempre a riuscirci. Che ricordi affiorano alla tua memoria, volgendo lo sguardo al tuo passato? Quelle citate penso siano state le due esperienze più esaltanti che abbia vissuto finora, davvero straordinarie. Nei tre giorni trascorsi a Barcellona per il Jordan Camp avevo il morale alle stelle, non stavo nella pelle, mi sembrava di sognare! Ho avuto modo di confrontarmi con i migliori talenti europei di allora, lavorando con uno staff internazionale che poi mi ha selezionato per l’All Star Game conclusivo, la ciliegina sulla torta di un weekend strepitoso. Del triennio universitario invece, a tutti resta in mente la finale NCAA, a me in primis… La ricordo come se fosse oggi. Essere tra i protagonisti di un evento così seguito, in arene strapiene di spettatori, mi ha regalato emozioni che non si possono spiegare. Ma in realtà la storica Final Four raggiunta coi Red Raiders di TTU è solo la punta di un iceberg: nel corso della stagione abbiamo affrontato i college più importanti d’America e abbiamo vinto la Big 12, la nostra Conference. Sono davvero tanti i ricordi indelebili… Ciò che mi ha fatto più piacere però - sembrerà paradossale - l’ho realizzato solo a mente fredda, forse perché prima ero completamente immerso nel momento: non avevo percepito realmente quanta gente mi stesse seguendo dall’Italia durante la fase finale del torneo NCAA. Aver rappresentato per la prima volta il mio Paese su un palcoscenico estero così speciale e prestigioso, che nessun altro mio connazionale era riuscito a raggiungere prima, mi ha gratificato enormemente. Così come l’affetto ricevuto da tanti tifosi che mi hanno seguito e scritto, sacrificando ore di sonno per vedermi giocare, alla faccia del fuso orario.

 

Sempre riguardo al tuo vissuto negli USA, a tuo modo di vedere, c’è così tanta differenza tra Italia e USA nel cercare di fornire ai giovani tutti gli strumenti possibili per realizzarsi come atleti? Senza dubbio negli Stati Uniti d’America c’è più attenzione nei confronti della valorizzazione individuale, e questo vale sia per lo sport sia per il percorso accademico, le due cose vanno di pari passo e questo è senza dubbio un bene. Negli USA a ogni ragazzo viene proposto un programma specifico, su misura, e si viene seguiti passo dopo passo nel percorso che porta al raggiungimento dei propri obiettivi individuali. L’organizzazione è ottima oltreoceano, però sportivamente parlando l’Italia mi ha dato di più: penso ai tre anni trascorsi tra Pistoia e Treviso, prima di trasferirmi in Texas per il triennio universitario. Oltre ai campionati giovanili, a Pistoia ho avuto l’opportunità di mettermi in gioco con la prima squadra, allenandomi quotidianamente con giocatori di Serie A1, per poi andare a giocare minuti importanti in A2 a Treviso. Affrontare giocatori navigati nel professionismo sin da ragazzino mi ha dato l’opportunità di maturare celermente, acquisendo certe letture che si possono assimilare solo entrando a far parte di uno spogliatoio composto anche da veterani. Gli States questa possibilità non la possono offrire ai giovani, anche se - come detto - oltreoceano il potenziale individuale viene esplorato meglio.

 

C’è tanto basket nel DNA della famiglia Moretti: oltre a tuo padre Paolo, hai un rapporto speciale con tuo fratello minore Niccolò, che si direbbe stia ricalcando le tue orme considerando che attualmente frequenta la DME Academy, in Florida… Penso di aver avuto una buona influenza sulla decisione di mio fratello di provare l’esperienza negli USA. Sono orgoglioso di poter rappresentare un modello da seguire ai suoi occhi, da fratello maggiore voglio aiutarlo nel suo percorso e non a caso siamo in contatto costante ora che è negli USA. Cerco di rendermi il più utile possibile affinché Niccolò possa vivere un’esperienza simile o addirittura migliore della mia. E se durante la stagione i rispettivi impegni ci tengono lontani, in estate siamo pressoché inseparabili: ci piace riunirci in famiglia, trascorrendo tempo assieme durante le vacanze al mare o in campagna. Entrambi dedichiamo al basket l’80% delle nostre giornate e inevitabilmente spesso si finisce a parlare di campo anche nei momenti di stacco. Ci diamo consigli a vicenda, per poi sfidarci in uno contro uno al campetto. Chi vince? Meglio se non mi esprimo, se no gli faccio fare brutta figura (ride, ndr)! Mentre contro papà ci si sfida continuamente in gare di tiro, e la sua mano è sempre quella di una volta...

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