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Umana Reyer Venezia, Stone e Daye ai saluti: “Sono stati anni straordinari in cui abbiamo raggiunto traguardi fantastici”

Gli americano lasciano il club orogranata con un’intervista su “la Nuova di Venezia e Mestre” e il "Corriere del Veneto"

Umana Reyer Venezia, Stone e Daye ai saluti: “Sono stati anni straordinari in cui abbiamo raggiunto traguardi fantastici”

Julyan Stone e Austin Daye lasciano l’Umana Reyer Venezia dopo tanti anni di successi. Per l’occasione, il primo ha rilasciato un’intervista a Michele Contessa su “la Nuova di Venezia e Mestre”: “Mi dispiace non aver regalato un'altra gioia ai nostri tifosi. La Reyer – dice l’americano commentando il k.o. con Tortona ai playoff - ha sempre giocato un particolare tipo di basket, basato sulla difesa, sulla lotta, sull'aiutarci reciprocamente. Sapevamo che poteva essere una delle ultime partite che giocavamo insieme, volevamo di più da noi stessi per chi siamo stati in questi anni. Avevo molta rabbia alla fine perché non siamo riusciti a esprimerci come volevamo".

“Si è creata tra di un noi una sorta di fratellanza”, prosegue Stone, “siamo stati una grande famiglia, persone eccezionali prima che giocatori. E' raro per un gruppo durare così tanti anni ed è altrettanto raro vedere giocatori che si sacrificano l'uno per l'altro per il bene del gruppo. Abbiamo vissuto insieme anche tante esperienze fuori dal parquet, anche più importanti della pallacanestro. Porterò sempre dentro di me questi anni e lo faranno anche i miei compagni”.

Poi Stone fa il punto sul suo trascorso alla Reyer: “Fin dal primo giorno qui, il mio obiettivo era lasciare un'eredità. Ho lavorato tanto per contribuire a gettare le fondamenta per creare un grande club. Se mi guardo indietro a ricordare quanto è stato fatto da tutti, quanti momenti bui abbiamo superato insieme, mi rendo conto che sono riuscito a lasciare un'eredità alla città e alla squadra, per tutte le persone che ho conosciuto in questi anni, che si ricorderanno di Julyan Stone come uno dei giocatori che hanno gettato le fondamenta di questa Reyer. Io sono diventato Julyan Stone grazie ai miei compagni, io potrò ad esempio raccontare di aver fatto parte della "leggenda" di Michael Bramos, che nessuno consi derava quando è arrivato. La mia speranza è che la Reyer continui nel suo percorso di crescita, ad ambire ad arrivare in alto a tutti i livelli perché sarebbe un peccato se questi 7 anni rimanessero episodici, devono rappresentare la base per consentire alla Reyer di diventare sempre più grande”.

È un arrivederci al Nostro Paese: “Tornerò in Italia, magari come tifoso. Cosa mi porto dietro? La gente. Ho avuto la fortuna di conoscere persone fantastiche, in questi anni a Venezia ho anche perso persone importanti, come Cameron Moore, che consideravo un "fratello", sentire cantare dai tifosi il suo nome dopo il primo scudetto, è stato commovente. Come la loro vicinanza quando è scomparso mio padre, persone che si sono strette a me nei momenti belli e in quelli brutti. Non credo che questo sia un salutarsi perché continueremo ad avere per sempre un legame speciale. Ho trascorso 7 anni straordinari, e 7 anni nella carriera di un giocatore sono tanti”.

Anche Austin Daye è ai saluti, come rivela a Serena Spinazzi Lucchesi sul “Corriere del Veneto”: “Sono stati gli anni più belli per me. Abbiamo fatto cose fantastiche, raggiunto risultati clamorosi: li porterò sempre con me. Inizia ora un lungo periodo di allenamenti e terapie perché parliamo di un infortunio brutto, difficile, serio. Non ho mai avuto un problema fisico del genere in carriera ed è stato davvero terribile per me rimanere fuori dal campo e non poter aiutare i miei compagni. Adesso devo avere pazienza econcentrarmi sulla riabilitazione

Pure Daye fa poi un flashback sui suoi anni in orogranata: “Sono felice per tutto quello che ho vissuto qui, sia per le cose belle che per quelle meno belle. Abbiamo vinto tanto e quando vinci tutti gli ingranaggi funzionano. Probabilmente quello che è mancato nelle ultime due stagioni è stato riuscire ad evolvere come squadra. Il nucleo di base era costituito dagli stessi giocatori, che è una bella cosa perché ci si conosce, ma forse subentra anche un po' di appagamento. E poi le squadre avversarie conoscevano i nostri punti di forza e i nostri difetti. In più nel lungo periodo possono venire fuori obiettivi non comuni a tutti: questo si è verificato soprattutto in quest'ultimo anno tormentato in cui ci sono state situazioni in cui non siamo riusciti ad essere efficaci come era accaduto negli anni passati".

Sul futuro ancora si tiene varie porte aperte: "In questo momento non ho in mente di trovare una squadra per settembre. L'unica cosa che mi interessa è recuperare bene. Non sarà un problema neppure aspettare fino alla fine dell'anno, se servirà. Quel che conta è lavorare bene con i medici".

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