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EA7 Emporio Armani MIlano, l'ascesa di Stefano Tonut tra le tante vittorie alle spalle e l'eredità del padre

EA7 Emporio Armani MIlano, l'ascesa di Stefano Tonut tra le tante vittorie alle spalle e l'eredità del padre

Ogni maledetta domenica, e anche più spesso evidentemente, durante il riscaldamento con la maglia dell’Olimpia al Mediolanum Forum, circa 15 minuti prima della palla a due, Stefano Tonut sentirà echeggiare le note della canzone di Lorenzo Jovanotti che accompagna le immagini storiche del club. Tra queste ad un certo punto apparirà quella del padre, grosso modo quando aveva l’età attuale di Stefano, un po’ più alto, la stessa maglia numero 7. Solo che in quel video Alberto Tonut indossa la maglia avversaria. Alberto Tonut corre in contropiede verso due punti facili per la sua formazione dell’epoca, la Libertas Livorno. È Gara 5 della finale scudetto del 1989. Stefano era a quattro anni di distanza dal vedere la luce per la prima volta. Alberto Tonut, un talento straordinario, un grande giocatore nei due ruoli di ala, non segnò quel facile canestro, perché alle sue spalle un uomo che aveva vinto due titoli NBA con i Lakers e anche il titolo di MVP, noto per le sue doti di attaccante, non certo di difensore, istintivamente si tuffò sul parquet scivoloso di inizio estate, per deviare la palla oltre la linea di fondo. Uno dei gesti più famosi, iconici, della storia del nostro basket. Bob McAdoo e il suo tuffo. Alberto Tonut nella parte sbagliata della storia, immeritatamente.

Alberto Tonut tante volte era stato in procinto di venire a Milano (nell’anno della finale scudetto della sua Libertas segnava 12.7 punti per gara), ma i destini del mercato non gliel’hanno permesso. Quando nacque Stefano, giocava a Cantù. Lo dice anche la carta d’identità del nuovo giocatore dell’Olimpia. Quel privilegio spetterà al figlio.

Lo attendono al varco, Stefano, perché nonostante i 29 anni non ha mai giocato in EuroLeague. Eppure, non è stato solo MVP del campionato nel 2021, è anche un giocatore che ha vinto due volte lo scudetto alla Reyer Venezia, una volta la Coppa Italia, una volta la Fiba Europe Cup e ha giocato le Final Four di BCL. Il suo percorso a Venezia non è stato per nulla ordinario. Nel 2016, quando non aveva ancora 23 anni e lottava per trovare minuti nella sua squadra di club, Coach Ettore Messina lo portò al Preolimpico di Torino. Negli anni seguenti, grande protagonista in Italia, ha legittimato quella convocazione e nel 2021 è stato tra i giocatori chiave della conquista del Preolimpico di Belgrado e poi del viaggio a Tokyo, ricordato dai cinque cerchi che si è tatuato sul petto. Non proprio male per un giocatore che, per vari motivi, è stato per anni sottovalutato. Non era abbastanza buono per tradurre il suo rendimento in A2 nel massimo campionato, poi non era abbastanza forte da avere un ruolo importante nella Reyer o in Nazionale o nelle coppe europee. I fatti dicono che è sempre riuscito a smentire tutti. Dicono che da mulo triestino sia testardo nel modo giusto. E dicono anche che ha vinto tanto alla Reyer ed è arrivato a Milano nel pieno della sua maturità di giocatore e uomo.

Anche se è nato a Cantù, Stefano in realtà è appunto un mulo triestino, una terra che all’Olimpia ha dato tantissimo in termini di giocatori, Romeo Romanutti, Cesare Rubini, Gianfranco Pieri, Giulio Iellini, Sandro De Pol. E adesso lui. Da bambino giocava a basket, ma non era tanto considerato, forse perché il cognome pesava sulle aspettative. Aveva provato a giocare a calcio fino a quando, crescendo di statura, decise che comunque avrebbe provato a giocare a basket. Ha cominciato nell’Azzurra Trieste, poi a Monfalcone dove si allenava due volte, con i ragazzi e con la prima squadra, poi proprio nella squadra maggiore di Trieste, allora in A2. Esplose nella stagione 2014/15, oltre 19 punti di media; subito dopo aver vinto il titolo europeo con la Nazionale Under 20 di cui facevano parte Amedeo Della Valle e Awudu Abass. Lui non era una stella di quella squadra, ma segnò 10 punti in finale contro la Lettonia, in trasferta. Dopo l’esplosione in A2, venne firmato da Venezia e il resto fa parte della storia del basket italiano.

In tutto, è rimasto sette anni alla Reyer, quasi un record nel basket di oggi. Se la percezione è che l’ultima stagione sia stata inferiore alla precedente, quella del trofeo di MVP portato a casa, i numeri dicono che in realtà è solo passato da segnare 16.2 a 14.0 punti per gara. E quanto all’esperienza internazionale, oltre alle presenze in Nazionale, ne vanta 51 in Eurocup, che rappresentano già un buon biglietto da visita. A Tokyo, alle Olimpiadi, al debutto contro la Germania ha segnato 18 punti. In campo, la Germania aveva sette giocatori di EuroLeague e due giocatori NBA, l’Italia aveva cinque giocatori di EuroLeague e uno della NBA. A Belgrado dove l’Italia strappò il pass olimpico contro la Serbia segnò 15 punti in 34 minuti contro una squadra formata da dieci giocatori di NBA o EuroLeague. La sua prossima partita di EuroLeague sarà la prima della sua carriera, ma Tonut non è l’ultimo arrivato. E il nome che porta, quel numero 7 che è lo stesso che aveva Gianfranco Pieri, il più grande triestino che abbia mai giocato a Milano, non c’entrano niente.

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