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Italbasket, Marco Spissu si racconta: “Sono cresciuto con Jason Rowe e Travis Diener come modelli. I quarti con la Francia? Noi ci crediamo”

Il playmaker dell'Umana Reyer Venezia si è aperto su “La Gazzetta dello Sport” e “Corriere dello Sport” dopo la prova da 22 punti contro la Serbia

Italbasket, Marco Spissu si racconta: “Sono cresciuto con Jason Rowe e Travis Diener come modelli. I quarti con la Francia? Noi ci crediamo”

Dopo la prestazione clamorosa da 22 punti contro la Serbia, Marco Spissu si è raccontato ad Andrea Tosi su “La Gazzetta dello Sport” e Fabrizio Ponciroli sul “Corriere dello Sport”, partendo dalle origini sassaresi: “Da bambino giocavo a calcio, ero bravino come attaccante, e a basket. A 13 anni ho scelto il basket perché mi divertivo di più. Poi a 18 sono uscito di casa per iniziare la carriera di professionista”.

Dopo tanta gavetta nelle serie minori (“Non so quale sia stato il momento che mi ha fatto fare il salto definitivo. Ovunque ho giocato, è stato uno step importante per me: Bari, Casalpusterlengo, Reggio Calabria... Direi che è andata bene se sono qui a Berlino, a giocarmi un quarto di finale con la Francia…”), c’è stato il grande salto giocando con il Banco di Sardegna Sassari: “Non è stato facile fare il profeta in patria. I difetti, in particolare, si amplificano se sei di casa. Quando però le cose vanno bene, come nel mio caso, non c'è emozione più bella che giocare davanti al tuo pubblico. Ci siamo tolti anche delle soddisfazioni. Ho dato tutto per quella maglia, come ho fatto ovunque sono stato ma, in quel caso, la senti di più tua”.

”. Di biancoblu si sono vestiti anche i suoi idoli da bambino: “I miei primi modelli sono stati Travis Diener, lo studiavo dalla testa ai piedi, e Jason Rowe. Il Poz l'ho visto su qualche video. Lui ha creduto più di tutti in me. Gli devo molto”.

Poi la scorsa estate prima le visite mediche non superate a Malaga e successivamente l’esperienza in Russia e in Eurolega all’UNICS Kazan: “Quando si chiude una porta si apre un portone. Volevo un'occasione per giocare da straniero uscendo dallo stereotipo dell'italiano che si accontenta. Kazan è stata un'esperienza molto formativa anche sotto l'aspetto della cultura. La guerra ha rotto tutto, ora sono a Venezia e sono contento”.

Contro la Serbia ha realizzato sei triple e ha giocato quella che lui ha definito ‘la partita della vita’: “In carriera ne ho infilate anche 7 nella stessa partita ma qui è stato speciale. Non ho ci ho dormito sopra tanta era l'adrenalina. Ancora non riesco a crederci. Abbiamo festeggiato con la carta di credito del Poz, ma siamo stati leggeri. Adesso c'è la Francia, vogliamo continuare a sognare. E vogliamo prenderci una bella rivincita per il ko che ci ha inflitto ai Giochi. Noi ci crediamo”.

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