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Cantù chiude il canestro di Bologna

Travolta la Fortitudo. Impresa di Milano a Livorno

CANTÙ - Figli del Grande Spirito. Mentre Milano firma un gran colpo a Livorno, Cantù risorge in tutta la sua bellezza. Lo fa quando lascia che il vento dell’emozione le accarezzi la pelle e soffi nel suo Dna più puro: velocità e ribaltamenti senza fiato. Il fiato che l’Oregon ha tagliato alla Fortitudo fin dall’inizio (9-2), travolgendola con l’onda della più bella partita degli ultimi anni. Anche 19 i punti del vantaggio canturino (42-23), mentre il Mar Rosso andava richiudendosi sopra il popolo della Skipper: stesso scarto (69-50) al 30’, ultimo intertempo che legittimava il dubbio se fosse necessario giocare i 10 minuti conclusivi. Bologna è caduta in un drammatico tranello, pensando che bastasse ergere la «Grande Muraglia» per arginare il furore delle incursioni degli indiani delle colline. Pensava che bastasse la superiorità sotto canestro (Skelin, 213 cm; Galanda 210; Kovacic 208) per imporre la battaglia campale. Ma il problema attuale della Skipper è che non dispone di guardie o ali per l’aggiramento, complice anche la sorte avversa che le ha dato un Delfino mezzo azzoppato e l’ha privata di Scepanovic e Barton. Insomma, a Bologna sono mancati i collegamenti tra il playmaker e i centri e in quel varco si è infilata crudelmente Cantù, con gli splendidi Hines e Thornton e con il rap aggressivo di McCullough.
Ne è uscita, più che una sconfitta, una batosta. Propiziata da un equivoco: il prevalere dell’aspetto didattico su quello scientifico. Il basket è soprattutto lettura e adattamento: a noi è sembrato che solo il «mago» Pozzecco fosse in grado di rompere l’incantesimo di Cantù, di saltare e ricucire il vuoto che divideva la front-line dai giocatori interni. Pozzecco è stato l’unico in grado di saltare l’uomo, attirare l’«aiuto» e scaricare ai pivot: lo ha fatto spesso, ma ha giocato solo 20’, la maggior parte dei quali non come unico manico ma con il tutor Basile (spento) accanto.
Certo, Matteo Boniciolli sta insegnando al «Pozz» disponibilità e disciplina, ma intanto la Skipper ha giocato la partita che non c’era, cercando la battaglia di posizione contro il mordi e fuggi avversario. Il «Little Big Horn», dove cadde il generale Custer, era niente come trappola rispetto a quella in cui è caduta la Fortitudo. Lassù, a colpire, c’erano gli indiani delle colline brianzole.
Werther Pedrazzi
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