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Bianchini a tutto campo sul campionato

«La mia ricetta per il basket»

PESARO — Allora, Bianchini com'è questo campionato?
«Molto, molto interessante».
Lo dice perché Roseto è seconda in classifica?
«Ma no, ci mancherebbe. E' che, calando il dominio incontrastato di Bologna, viene meno l'imperatore. Così i baroni diventano più rampanti».
Ci sarebbe la Benetton…
«Per adesso pare indistruttibile. Ma non si sa mai».
E' l'anno delle metropoli?
«A me fa piacere vedere riemergere Roma e Milano. Ma forse è più curioso vedere Roseto far capolino al secondo posto. Così almeno adesso Dan Peterson smetterà di rimproverarmi…».
Prego?
«Mi diceva sempre che tiravo il carro a seconda del posto dove allenavo. Quand'ero a Roma esaltavo l'importanza delle metropoli, a Pesaro invece la forza trainante della provincia».
E ora cosa pensa?
«Che sono importanti anche i paesi».
Sia serio, via…
«Quel che volevo dire, anche a quei tempi, è che uno sport come il nostro non può rinunciare a nessuno: le metropoli rialzano la testa con personalità e seguito di pubblico e per tutto il movimento è un bene. Mai, però, potremmo perdere il sommerso della provincia che ha tenuto su la pallacanestro negli anni Novanta, quando la Milano da bere e la 24ª squadra della Nba crollarono insieme al palazzo di San Siro mentre l'inchiesta mani pulite spazzò via pure Roma e i Ferruzzi».
Degli anni '90 non dimentica Bologna?
«Ma Bologna accentratrice è un'utopia, non poteva funzionare così per sempre. Penso che la Virtus soffrirà perché le successioni sono difficili mentre la Fortitudo non riesce ancora a darsi una mentalità vincente e paga la volubilità del suo proprietario».
C'è qualche giovane italiano che l'ha colpita?
«Il progetto di Livorno è interessante e poi c'è quel ragazzo a Udine, come si chiama, dai lo sapete che i nomi non me li ricordo…».
E gli aspetti negativi?
«Cantù una volta aveva un grande vivaio, adesso è diventata una squadra di stranieri. Non mi piace».
Cosa deve fare il nostro sport per rinascere?
«Io ce l'ho un'idea. Dividere nettamente il professionismo dal dilettantismo. Nel professionismo io vedrei solo la serie A, via la Legadue, e una serie B senza stranieri e senza limiti d'età. E sotto, la sparizione di tutti i campionati dilettantistici per creare un campionato nazionale Under 23 che sia il serbatoio del professionismo, con Final Four e tivù che seguono l'evento, come in America. Sarebbe il volano per l'intero movimento e i presidenti sarebbero costretti a ritornare al reclutamento dei ragazzini. Se no, noi moriremo».
Lei stima Pecile: gli dica qualcosa per risollevarlo.
«La sua storia assomiglia a quella di Pozzecco: ha istinto, velocità, fondamentali però c'è un momento in cui bisogna crescere se no resti Peter Pan per tutta la vita, ti diverti ma non diventi mai un uomo. Pecile deve guardarsi dal restare un folletto, la sua sfida è proprio questa: diventare uomo. E un uomo sa quando frenarsi».
Elisabetta Ferri
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